SOLAK: una recluta e una notte senza fine si trasformano in un noir feroce

Titolo:Solak

Autore: Caroline Hinault

Editore: Gallucci Editore

Genere: noir, artico, violenza,

Pagine: 160

Prezzo: 16€

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“A Solak ił tempo uno lo vede scorrere meglio che altrove, ogni minuto si staglia bello preciso angolo retto, non funziona così dai terrestri che con i loro bastioni di faccende si bloccano bla visuale, Qui non si vede altro che il tempo”

Il tempo a Solak non passa. Si deposita.

Resta sulla lamiera delle baracche, sul pelo degli animali, sulle armi, sulle mani che si infilano nei guanti, nei corpi costretti a dividere una stufa e pochi metri quadrati mentre fuori il mondo diventa bianco, poi nero, poi ancora bianco. Lontanissimo. Quasi cancellato.

In questo inferno d’estate italiana, Solak di Caroline Hinault, edito da Gallucci, riesce a dispensare brividi di puro gelo artico.

Non è soltanto il freddo della penisola, è un freddo che prende possesso delle persone. Si infila nei pensieri, irrigidisce le parole, rende più corta la distanza fra l’uomo e la bestia. Pagina dopo pagina torna sulla schiena quel formicolio che il corpo conserva dagli inverni più duri, dalle notti senza sonno, da una rabbia che ha scavato troppo in profondità per poter essere ricoperta.

Solak è una striscia di terra ai margini del mondo.

Solak - artico - libro edito da Gallucci Editore - LePaginecheverranno.it

Una postazione militare e scientifica dove tre uomini devono sopportarsi durante la lunga notte artica. Poi arriva una recluta. Piccola, magra, muta, ma non sorda. Arriva in elicottero e porta con sé una presenza che non ha bisogno di parlare per modificare la pressione dell’aria nella stanza.

Da quel momento la baracca si restringe.

Ci sono quattro corpi, quattro sedie, una stufa, il cibo, le armi, i taccuini, il ghiaccio oltre le pareti. E un tempo che non offre scampo.

Roq vive dentro una violenza che sembra avergli mangiato tutto il resto. Caccia, uccide, accumula una ferocia quasi fisica, un istinto testosteronico che non ha bisogno di giustificazioni perché a Solak le giustificazioni sono una delle prime cose che il gelo si porta via.

Grizzly, invece, il climatologo, osserva. Misura. Tiene ancora in piedi qualcosa che assomiglia a un’idea di civiltà, una forma di attenzione verso il mondo naturale che gli altri sembrano avere smarrito.

E poi c’è Piotr.

Piotr è la voce che tiene insieme questo piccolo universo storto.

Un uomo che colleziona ritagli di giornale, che disegna mappe del mondo civile, che guarda da lontano guerre, potere, confini e uomini mentre lui è inchiodato a una lingua di terra dove il confine sembra essere diventato una condizione mentale.

La sua voce non procede ordinatamente. Avanza per accumuli, deviazioni, immagini, ricordi, pensieri che sembrano aver perso il cartello stradale. Non racconta soltanto ciò che accade. Lo mastica.

“In un posto come Solak con quattro poveracci obbligati alla prossimità su un pezzetto di penisola ghiacciata, quando cala la grande notte entra in vigore un tacito contratto. Toccarsi di striscio senza mai arrischiarsi a entrare davvero in contatto con l’altro. E soprattutto non scoppiare la fragile bolla che ciascuno di noi si è creato attorno rifugiandocisi dentro per tollerare lo stillicidio dei giorni senza luce e del freddo indicibile che hanno placcatola vita, al suolo.”

È una convivenza costruita sulla distanza.

Davanti al fuoco della stufa, in una baracca di lamiera e rancore, quattro poltrone scheletriche tengono quattro uomini che si sopportano finché serve il calore. Il resto è territorio minato. Non c’è intimità, perché l’intimità a Solak sarebbe un lusso pericoloso. Ci sono corpi vicini e persone lontanissime.

Il salotto è minimo, quasi ridicolo nella sua povertà. Una stanza che sembra essere stata montata lì per errore e che invece diventa il palcoscenico di una guerra senza eserciti.

“Se sono rimasto a Solak non era per fare conversazione , ma per sopportare meglio il mio odio verso i vivii”

Il mondo esterno non è un fondale. È un animale enorme che respira dietro le pareti, le restringe e le scuote.

Il freddo, il buio, la neve, gli orsi, le volpi artiche, i pochi movimenti nella distesa bianca.

La natura non concede consolazione e nemmeno si comporta da paesaggio. È presenza. È minaccia.

È una materia che obbliga gli uomini a fare i conti con il proprio corpo, con la fame, con la paura, con l’isolamento.

E mentre fuori il giorno si accorcia fino a scomparire, dentro la baracca si allunga qualcos’altro.

Il sospetto. La violenza. La follia. E un passato che vuole essere dimenticato.

Aurora boreale - LePaginecheverranno.it

Hinault costruisce così un huis clos senza bisogno di mura vere. Le mura sono il ghiaccio, la notte, la penisola, la distanza dal resto del pianeta

Anche i dialoghi sembrano essersi congelati: la storia scorre soprattutto attraverso la voce di Piotr, un flusso che non ha bisogno di grandi spiegazioni perché gli uomini di Solak non sono inclini a spiegarsi. Sono più portati a sopravvivere, a tacere, a ricordare male, a guardarsi di traverso.

E soprattutto a nascondere.

Il linguaggio di Hinault segue questa stessa logica.

Minimo, brutalmente scarno, eppure continuamente attraversato da immagini. La sintassi si spoglia, perde il garbo, lascia cadere le formalità. È una lingua che sembra aver passato troppo tempo all’aperto. Una lingua che ha le nocche screpolate.

All’inizio può risultare ostica. Poi qualcosa cambia. O forse siamo noi ad abituarci al gelo.

La prosa diventa carnale, sporca, piena di metafore che hanno qualcosa di punk e qualcosa di animalesco. Le parole non descrivono soltanto la brutalità: la portano addosso. Entrano nella testa di Piotr e da lì deformano il paesaggio, gli uomini, il tempo.

È proprio qui che Solak trova la sua singolarità.

Non nella storia del piccolo gruppo isolato, che appartiene a una lunga genealogia di racconti claustrofobici e di uomini lasciati ai margini della civiltà. Nemmeno soltanto nella tensione che cresce, prevedibile e inevitabile, dentro quella scatola di lamiera.

È nella lingua.

Una lingua che sembra voler scarnificare la sintassi insieme agli uomini. Togliere il superfluo. Lasciare l’osso, la carne, il sangue. Il pensiero prima della buona educazione.

A tratti, però, questa stessa ricchezza metaforica rischia di spostare lo sguardo dalla storia. Alcune immagini si dilatano più del necessario e il magnetismo della vicenda perde per qualche istante la sua presa. È una piccola crepa in una costruzione altrimenti compatta.

Perché Solak è breve. Brevissimo, e corre veloce.

Corre dentro la grande notte artica, dentro la voce di Piotr, dentro il silenzio della recluta, dentro la violenza di Roq e la pazienza quasi ostinata di Grizzly. Corre verso qualcosa che il lettore sente arrivare molto prima di poterlo nominare.

Caroline Hinault, con il suo primo romanzo, mette gli uomini davanti alla propria parte animale e lascia che sia il ghiaccio a fare il resto.

La civiltà è lontana. Il tempo è visibile. Il mondo si riduce a una baracca, una stufa, quattro corpi e una distesa bianca che non promette niente.

Solak è un piccolo noir teso a ricercare una nuova estetica narrativa, un romanzo che prova a trovare una lingua capace di stare dentro l’essenza bruta delle cose, senza ripulirle.

Sa incatenare, dispensa brividi e ansia a piene mani e lascia addosso qualche ora di autentico gelo artico.

Consigliatissimo.

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